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ritorno dei Crociati. In Italia l'assassino è propriamente chi uccide per denari; in questo senso disse Dante :

«Io stava come il frate che confessa

Lo perfido assassin ...

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E in questo senso gli antichi statuti di Firenze decretavano : « Assassinus-plantetur capite deorsum, ita quod moriatur ». L'Ottimo dice: « Assassino che per pecunia uccise uomo ». Ed anche il Buti : « Assassino è colui che uccide altrui per denaro ». Nel Dittamondo la voce assassinare è presa semplicemente nel senso di uccidere a tradimento:

« Troppo starei a dirti la rovina

Ch' e' fe dei miei, e come Cassio e Bruto
Dopo tre anni insieme l'assassina ».

Questo significato risponderebbe più alla vera missione degli assassini ismaeliti, e pare che dovette essere il primitivo.

La Crusca dà alla voce italiana Assassino l'equivalente latino di grassator, greco di λωποδύτης.

Volendosi più precise notizie sul Vecchio della Montagna e sugli assassini si può leggere le seguenti opere :

1. P. L. Withof das, meuchelmörderische Reich der Assassinen, Cleve 1765. 8.°

1. Hammer, Geschichte der Assassinen, Tübing. 1818. 8. Di quest' opera ve n'è una traduzione francese pubblicata in Parigi nel 1832 ed una italiana pubblicata a Padova nel 1838.

A. L. B. Bréchillet-Jourdain, Histoire des Ismaéliens. Parigi 1819 in 8."

G. Mariti, Memorie storiche del popolo degli Assassini e del Vecchio della Montagna loro capo e Signore, Livorno 1787. 8.°

N. N. Falconet, Dissertation sur les Assassinis, Berlino 1801.8.° 1. Malcolm, History of Persia, London 1815, 2 vol. in 8.o A. L. B. Bréchillet-Jourdain, La Perse, tableau de l'histoire, du governement, de la religion ec. de cet empire, Paris 1814. 12.° F. Vilken, Geschichte der Kreuzzäge nach morgenländische und abendbündischen Berichten, Leipz. 1808. 7. vol. 8.°

Vedi Rampoldi Annali Mussulmani, e la più parte degli storici della Persia, o della Religione mussulmana. Vedi un articolo nel The Penny Cyclopaedia, tradotto nel Teatro Universale di Torino, Tomo VI, Anno VI. 1839 pag. 12. Vedi ancora una lettera del Capefigue al Michaud, inserita nella quarta edizione dell' Histoire des Croisades.

E

Sistema Feudale

Credo indispensabile, pria di procedere oltre nel racconto dei fatti avvenuti in questi tempi in Italia, toccar di volo quali fossero le condizioni delle proprietà territoriali e delle persone verso la fine del secolo XI. Documenterò, secondo l'obbligo impostomi in questi STUDI, le mie assserzioni, curando sempre nella pubblicazione dei documenti, che si troveranno alla fine del presente Schiarimento, di scegliere tra i pubblicati i più importanti, i men conosciuti e i meno lunghi. Ho messo ancora molta diligenza a fare che un documento possa servire a due e qualche volta a tre e a quattro oggetti: ciò mi ha causato un lungo e noioso lavoro, ma ha rispiarmato ai lettori tempo e spesa, ed al libro una inutile mole

Effetti della Conquista

I Longobardi posatisi sulle terre d'Italia, nel tempo dei loro Duchi, uccisero molti possessori romani, ed i rimasti divisero tra loro, appunto come si farebbe di una mandra di pecore. I vinti però non furono interamente privati delle loro terre, ma divennero solo tributari; furono cioè astretti a dare ai vincitori la terza parte dei frutti (Paulus Warnfridus Diaconus, De Gestis Longobardorum, l. II, c. XXXII): peso da per sè stesso non molto grave, e che fece dire al buon Muratori essere anzi lieve, «< se si riguarda a popoli che anche oggidì pagano un eguale, se non anche superiore tributo ai loro principi » ( Antiquitates Italicae Medii Aevi Murat. d. 1.) La divisione dei frutti però, invece della divisione delle terre, causava due gravi danni; primo, perchè le terre divise quantunque diminuite rimangon libere, ed ora se rimanevano intere erano però soggette; secondo, che incatenavano l'uomo alla coltura del fondo, vero e forse non troppo avvertito germe dei Servi della gleba: e si osservi che il tributo non pagavasi già al governo longobardo, ma ai particolari Longobardi, in modo che non era nemmeno quella legale finzione, che ancora esiste in Inghilterra, del dominio dello stato e del possesso dei cittadini.

Si chiede ora se i Longobardi avessero tassato pei Romani un qualche guidrigildo. Il dottissimo Carlo Troya nella sua stupenda Storia Italiana del Medio Evo (Vol. I, p. V, § XXIII) dice: « Niun guidrigildo si vede tassato pel Romano dai Duchi: essi dunque niuno

cittadinanza gli concedettero ». Quindi soggiunge: « La traccia del guidrigildo cittadinesco pei Romani, se i Duchi l'avessero conceduto, si troverebbe nelle leggi di Rotari dove non si trova ». A ciò si potrebbe osservare che nemmeno si trova nelle leggi scritte longobardiche il tributo del terzo dei frutti, e che il guidrigildo presso i Longobardi non era stabilito dalla legge, ma si lasciava all' estimazione dei giudici. Solo nell' omicidio a difesa, una Cadafrede (consuetudine) indicava uno stabile quidrigildo (Leg. IX, lib. IV. Liutprandi ). Forse adunque lasciavasi anche ai Giudici lo stabilire secondo i casi il guidrigildo che dovea pagare l'uccisore di un Romano. I Franchi Ripuani, come si vede dalle loro consuetudini ridotte in iscritto da Teodorico fratello di Childeberto, aveano fissato a cento soldi la pena che dovea pagare l'uccisore di un Romano, perchè aveano anche fissato a centosettanta soldi quella di un Alemanno, Frisone, Sassone o forestiero qualunque, e a ducento quella di un Franco (Herold Originum ac Germanicarum Antiquitatum libri, exhibens Leges salicae ripuariae ec.). Queste medesime leggi mettevano la vita di un suddiacono sotto una guarantigia di quattrocento soldi, quella di un diacono cinquecento, quella di un presbitero seicento, e quella di un vescovo novecento. Inveronon so persuadermi come ad un popolo a cui vien lasciato il godìmento di due terzi dei frutti, non si accordi un guidrigildo, anche tenuissimo che fosse.

Quali fossero le condizioni dei vinti nel tempo dei Longobardi è questione non ancora difinita tra i dotti, e che noi lasciamo con piacere a coloro i quali hanno fatto di quel periodo uno studio esclusivo; a noi basterà toccare dello stato degli uomini che vissero in Italia, poco curandoci se questi fossero di origine longobarda, o gepida, o bulgara o sarmata o romana: noi altro non dobbiamo sapere se non che coloro erano gli avi di quelli che vissero nel secolo XI.. Vediamo quindi in particolari paragrafi cosa fossero gli Aldii, i Livellarii i Servi, i Coloni, gli Arimanni.... Siam persuasi che riesce sempre pericoloso lo sgranare la storia a teria, invece di considerarla a periodi, ma per noi che ci occusarà piamo di un secolo soltanto, e non di tutto il medio evo, sufficiente notare per sommi capi i vari mutamenti avvenuti nelle proprietà territoriali e nelle persone, nei tempi che precedono il secolo XIII.

ma

Risch. e Doc.

Aldii

L'Aldionato è ben definito dal Du Cauge « statu liberorum et libertum cum imposizione operum ». Gli Aldii invero erano i Liberti dei tempi di mezzo. Il re Rotari colla legge CCXXVII prescrive il modo come il padrone deve manomettere il Servo per farlo divenire Aldio; allora questo, uscendo dalla sua prima durissima condizione, non divenia libero dell'intutto, nè potea senza la licenza del suo padrone passare al servigio altrui (Muratori Antiquitates Italicae Medii Aevi, d. XV.). Il Troya scrive nella sopracitata opera: « Aldii e Servi tenevansi come una proprietà fruttifera per quelli che la difendevano; sì che ai patroni ed ai padroni pagavasi, non alla famiglia dell' ucciso Romano, un prezzo fisso per avere ammazzato l'Aldio o il Servo, a titolo di rifacimento di danno. » Ma a noi pare qui venghino troppo equiparati gli Aldii a' Servi: questi nella civile società non aveano rappresentanza alcuna; ma quelli in quanto ai terzi erano quasi-liberi : la legge CCXVIII di Rotari dice: « Si Aldia aut Libera in casa aliena ad maritum intraverit libertatem suam amittat.» Se l' Aldia adunque potea perdere la sua libertà non v' è dubbio alcuno ch' ella non fosse libera.

Carlomagno, colla legge longobardica LXXXIV, paragona gli Aldii italiani a' Fiscalini Lidi di Francia; il conoscere quindi cosa fossero costoro darà molta luce alle condizioni dei nostri Aldii. Giovan-Gerardo Vossio (De Vitiis Sermon. lib. 2) disse: Lidi o Liti coloro i quali « ingenuitatem suam praetio mancipassent ». La medesima opinione segue il Du-Cange (Glossarium Mediae et Infimae Latinitatis). Si appoggiano quei dotti Francesi ad un passo della vita di San Meinwerco vescovo di Paderbona, pubblicata dai Bollandisti e dal Leibnizio, ove sta scritto: « Duram antiquae servitutis Litonum justitiam per novam paternae pietatis relevavit gratiam, constituens a Villicis adminiculari eis in cibo, potusque necessariis (quod antea non fiebat) tempore messis. » Ma pure da questo passo si vede i Liti fossero tutt'altro che Servi; a' Servi, come bene osservò il Muratori, non solamente nel tempo della messe, ma in tutto l'anno avrebbero dovuto i padroni somministrare il convenevole cibo (Muratori Antiquitates Italicae Medii Aevi, d. XV.). Un capitolare di Carlomagno dell'anno 789 ordina: « Ut omnes decimam partem substantiae, et laboris sui Ecclesiis et Sacerdotibus donet, tam nobiles, quam ingenui, similiter ed Liti. » Adunque i Liti, ossia gli Aldii, avevano beni propri dei quali potevan disporre. Ai padroni

pagavasi un prezzo per la uccisione dell' Aldio, perchè questi essendo obbligato a certi servigi, il padrone ne risentiva un danno dalla sua morte; ma non è da concludersi però che nulla si pagasse alla famiglia dell' ucciso.

Gli Aldii non potevano essere obbligati a maggiori gravami di quelli a' quali erano stati obbligati per lo passato, e la legge C di Lottario lo vietò poi solennemente. Gli Aldi non erano sub dominio, ma sub tuitione dei loro padroni. Una carta dell' anno 844 ci mostra certi lavoratori, i quali si confessano « sub potestatem et defetionem, atque tuictionem » del Monistero Ambrosiano (Antiquitates Italicae Medii Aevi, d. XV.); e Leone Ostiense, parlando di certi Servi ed Ancelle inalzati al grado aldionale, soggiunge « sub tuitione tamen, et tutela Monasterii hujus, ita ut per singulos singulas operas annualiter, ubi nostri Ordinari praeciperent, exercent » (Cronicon Cassinensis l. 1, c. XIV). Passo stupendamente adatto a rivelarci la vera condizione degli Aldii, solo obbligati a determinati servigi.

Servi

Sarebbe prendere la cosa molto da lungi il venire esaminando la condizione dei Servi sotto i Greci e sotto i Romani; certo è però che nei tempi di mezzo l' Italia fu popolata da un gran numero di Servi, i quali costituivano gran parte del patrimonio del Fisco, dei Vescovi, delle Chiese, dei Monasteri e dei ricchi cittadini. Molti eruditi han detto, e tutti poi han ripetuto di bona fede, che la comparsa del Cristianesimo ha mutato la Schiavitù in Servitù: questa a dire il vero ci pare un'opinione con troppa facilità accettata dagli storici. Parleremo pria della voce, e poi della cosa, e mostreremo quindi quale fu il vero bene operato dalla religione cristiana a questo riguardo.

I Romani non usarono che della voce Servo; la parola Schiavo è assai di più moderna origine, ed i più antichi scrittori che l'abbiano usata credo siano Iacopo di Vitry e Matteo Paris, l'ultimo dei quali scrive: « Cum Christianis Sclavis, sic namque vocantur captivi... »; e quindi « Cum omnibus Christianis captivis, quos vulgariter Esclavos appellamus. » Gli Schiavi adunque non erano i nati servi, ma i prigionieri di guerra, ovvero coloro ch'erano riridotti in servitù dai Corsari.

Nell'atto di pace conclusa nell' anno 1264 tra i Pisani e il re di Tunisi v'è un capitolo, secondo la traduzione dall'arabo esistente nell' Archivio delle Riformagioni di Firenze, intitolato « Delle cose de li Corsali», ove sta scritto: «Et che li Pisani non debbiano

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