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PER LA STORIA DELLA CITTÀ DI AREZZO

NEL MEDIO EVO

RACCOLTI PER CURA

DI UBALDO PASQUI

Et pius est patriae facta referre labor.

Ovid. Trist. II, 322.

VOLUME PRIMO.

CODICE DIPLOMATICO (AN. 650?-1480)

IN FIRENZE
PRESSO G. P. VIEUSSEUX

COI TIPI DI U. BELLOTTI

IN AREZZO

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PREFAZIONE

67 405 A A 30

Fu Arezzo una delle più notevoli ed illustri città toscane tanto nel tempo etrusco-romano quanto nel periodo medioevale. Come riferiscono Livio ed altri antichi istoriografi, durante la civiltà degli Etruschi, essa prese gran parte agli avvenimenti militari e politici che agitarono quel popolo quando combatteva per la propria indipendenza. E quale fosse la sua grandezza n'è bastante prova lo straordinario sussidio d'armi e di vettovaglie fornito al console P. Corn. Scipione per la spedizione contro Cartagine (an. 549-205 di Cr.). I Romani ne fecero un copiscuo municipio; l' adornarono di superbi edifizî, specie al tempo degl' imperatori. Verso il 680 di Roma fiorì in Arezzo la famosa industria vasculare: il suo nome divenne allora notissimo sino nell'estreme parti del dominio romano per il commercio delle sottili ed eleganti tazze di figulina, le quali riproducevano le rappresentanze dei vasi d'argento mirabilmente cesellati dai più sommi artefici greci.

Non appena la nuova religione di Cristo, irradiando dall' Oriente, si propagò per l'Italia, ben presto venne accolta pure in Arezzo, dove troviamo digià nel secolo III degli apostoli che col martirio danno esempio ai nuovi fedeli e tramandano nelle tradizioni e nelle leggende il loro nome di santi. E fin dal secolo IV vediamo fondata la prima chiesa presso la tomba di Donato, il più popolare evangelizzante, il più insigne martire, dal cui nome s' intitolò l' Episcopio. Pochi secoli bastarono ad acquistare ad esso rinomanza per tutta Italia, e re ed imperatori si portavano di frequente alla tomba del famoso taumaturgo. A questa celebrità, a questo culto si devono la ricchezza, la potenza e le estese possessioni della Chiesa Aretina, provenienti da donazioni imperiali e da ingenti offerte di fedeli, le quali vennero confermate da decreti pontificî. Ciò resulta dagli atti raccolti in questo primo volume. Ma avanti di rilevarne brevemente il contenuto, sarà bene conoscere quel poco di cui abbiamo notizia nel tempo antecedente al primo documento qui pubblicato, che è del 650 circa.

Erasi appena divulgata in Palestina la religione di Cristo, che subito, com'è noto, sorsero fiere persecuzioni contro i suoi seguaci; onde questi dovettero fuggirsene e vagare in lontane regioni. Molti in breve tempo si raccolsero in

Roma, donde, colpiti dagli editti imperiali e perseguitati fino nei loro recessi, dovettero più volte emigrare', rifugiandosi in altre parti d'Italia, nelle quali potessero meglio nascondersi o vedessero di essere più sopportati.

Opinano i vecchi cronisti aretini che le discipline cristiane si propagassero in Arezzo per lo stesso s. Barnaba e quindi per Timoteo discepolo di s. Paolo. È una semplice credenza, non avvalorata da prova diretta, ma potrebbe riferirsi al fatto che nella espansione del cristianesimo in Toscana avessero avuta parte gli apostoli venuti dalla Grecia anzichè da Roma. Certo è che in Arezzo, come nei principali centri abitati di Toscana, i seguaci della nuova fede erano già diventati assai numerosi nella seconda metà del III secolo 2.

Si sa che i primi cristiani convenivano in piccoli oratorî sotterranei, nascosti, scavati entro il loro cimitero. In Arezzo sì questo che il sacro sacello si ascondevano in una collinetta non molto vasta, posta in mezzo a boscaglie, lontana circa mille passi dalla città, verso ponente, la quale in origine sembra si chiamasse Piunta (vocabolo d'ignota significazione) e oggi, per antonomasia, viene appellata il Domo vecchio.

Secondochè si legge in una preziosa cronaca, fu Gelasio, il terzo vescovo, che, successo a s. Donato, il quale subì il martirio il 7 agosto dell'anno 362', costruì nel luogo del sepolcro del venerato suo predecessore il primo oratorio; e così esso rimase per lungo tempo, cioè fino a che il vescovo Adalberto rifabbricò verso il 1015 il tempio di s. Donato. Ne fu l'architetto Maginardo, omni peritia ecclesiastici operis et ingenii eruditus, summus artifex, che trasse il modello dal S. Vitale di Ravenna. La costruzione si protrasse per vari anni dopo il presulato del detto Adalberto: Teodaldo lo compì e, consacrandolo nel 10337, vi trasportò con grandissima solennità le reliquie del Santo, ritrovate allora miracolosamente. Già il pio vescovo Elemperto aveva ricostruita dalle fondamenta

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Conservano i nomi dei primitivi martiri aretini le letanie di un antichissimo sacramentario, pubblicate dal TROMBELLI (Opusc. scientif. del Calogerà, vol. XXXII, 232), e una lapide in marmo conservata nell'odierna Cattedrale, pubblicata dal GRAZINI, Vindiciae Sanctorum Arretinor. 3 MARTENE, De antiquis Eccles. ritibus, III, 10 IV.

* MURATORI, Antiq. ital. med. V, 221.

5 La più antica e genuina notizia degli atti di s. Donato sta nel Martirologio Adoniano. Nei Passionali del sec. X e XI troviamo pure la sua leggenda, ma in taluni è confusa con quella di un Donato episcopus et confessor di Evorea nell' Epiro commemorato il 30 di aprile. 6 Pag. 177.

7 Se ne commemora tuttora la sagra il 12 novembre.

8 Vedansi le lectiones e gl' inni che si dicevano anticamente nella Chiesa nostra in memoria della invenzione e traslazione del corpo di s. Donato nel vol. IV della presente raccolta di

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