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STATI PONTIFIZII.

RAVENNA

E LE SUE CHIESE SUFFRAGANEE

RAVENNA

Se dell'origine e della fondazione di RAVENNA volessi scrivere minu

tamente, mi allontanerei di troppo dalla meta, a cui tendo con questo mio qualunque siasi lavoro: imperciocchè dovrei cominciare dall' esporre e dall'analizzare le opinioni di chi favoleggiando ne trasse il principio dai pronipoti di Noè. V' ha persino chi ne stabilisce fondatore il figliuolo di Nembrot, e vuole, che il nome di Ravenna, cangiatone l'N in R, sia derivato da Navenna, quasichè i primi, che vi piantarono la loro stazione, fossero approdati colle loro navi alla contigua spiaggia, mentre navigavano per l'Adriatico mare. Strabone invece, che la disse Urbs maxima, lasciate da parte le favole, ne attribuisce ai Tessani la fondazione; a quei Tessani, che più tardi furono servi dei Sabini e che in fine contro gli Etrusci strinsero alleanza cogli Umbri: dal che accadde, che Ravenna fosse numerata un tempo tra le città dell' Umbria. Ma per non parere digiuno affatto di politiche o civili notizie intorno a questa nobilissima metropoli, benchè non sia mio assunto il narrare le profane storie delle italiane città, m'è d'uopo dire de' suoi dominatori, almeno brevissimamente, alcun che. Mi sarà guida l' erudito canonico di questa metropolitana, Gerolamo Fabri, il quale su tal proposito moltissime ed interessanti notizie ci tramandò, particolarmente nel suo Dominio e governo della città di Ravenna (1).

Avanti l' era cristiana, fu Ravenna metropoli e capo delle due provincie Flaminia ed Emilia: fu dipoi municipio de' romani, e poscia suddita degl' imperatori; anzi, nella divisione dell'impero in orientale ed occidentale, ne fu la sede incominciando da Onorio, e poscia nel 476 dell' era

(1) Ravenna, 1675.

l'ol. II.

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cristiana diventò sede regia di Odoacre re degli Eruli, proclamato re dell'Italia. Dall' anno 495 sino al 567 appartenne ai Goti; e da questi passò in potere degli imperatori greci, che mandavano degli Esarchi, i quali vi esercitarono la loro delegata giurisdizione finchè, nel 752, Astolfo re de' Longobardi scacciò l'eunuco Eutichio, ultimo esarca, e se ne impadroni. Dominarono in Ravenna i Longobardi sino alla loro totale espulsione dall'Italia, quando il re Pipino e, dopo di lui, Carlo magno donarono l'esarcato di Ravenna ai pontefici romani. Non sempre però vi esercitarono il loro temporale dominio: se ne impadronirono nel 1218 i Traversari e la tennero per vent due anni; loro la tolse l'imperatore Federigo II, e passò quindi nuovamente ai papi, che vi mandarono i loro governatori, il primo col titolo di legato, gli altri sino al 1500 col titolo di conti. In quest'anno un Lamberto da Polenta crearono i ravennati podestà perpetuo della loro patria; ed il pontificio rettore, ch'era Jacopo Pagani, vescovo di Rieti, a cagione del suo mal governo fu spogliato dal papa non solo di questa carica, ma anche del vescovato. Continuarono i papi a mandarvi per altri diciotto anni il loro rettore nel tempo stesso che i Polentani vi esercitavano la giurisdizione di potestà; e continuarono ad esserlo sino al 4441. Ma gli stessi ravennati, che ne gli avevano investiti, furono quelli che ne gli spogliarono, per darsi volontariamente ai Veneziani, certi di migliorar condizione sotto il governo di quella saggia repubblica. Nè s' ingannarono nel loro pensamento, e ne rende bella testimonianza il prelodato storico Fabri, dicendo (1): « Il che segui per for» tuna ben grande della nostra patria, che da quel prudentissimo Senato » e con ottime leggi fu governata e con fabbriche sontuosissime abbellita. » I veneziani vi mandarono i loro Provveditori e il loro Podestà finchè ne rimasero padroni; e fu sino al 1509, nel qual anno fu restituita alla santa Sede. « E sebbene poi, dice il prefato Fabri (2), l'anno 1527 gli stessi » veneziani, pregati da' cittadini, in virtù della lega che avevan col papa, » a difenderla dalle nazioni straniere, in occasione che una parte de' spa» gnuoli venuti in Italia, sotto la condotta di Borbone si era fermata in Colignola, di dove mettevano in apprensione le vicine città, e special

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» mente Ravenna, ne ripresero il governo; con tutto ciò tre anni dopo la » cedettero nuovamente al romano pontefice. » Nelle ultime universali

(1) Nella pag. 395.

(2) Nella stessa pag. 395.

sciagure, che sconvolsero e afflissero l'Italia, in sul finire dello scorso secolo e in sui primi lustri del presente, Ravenna fece parte dell'impero francese; e finalmente, ricomposte le cose, ritornò in potere dei papi, i quali vi esercitano la loro temporale giurisdizione per mezzo di un cardinale legato, che vi risiede costantemente.

Ma più cospicua assai e più veneranda è da riguardarsi quest' antichissima città per lo fulgore della sua cattedra arcivescovile, piantata da uno de' settantadue discepoli, che a lei era inviato dallo stesso principe degli apostoli. Egli è santo Apollinare, nato in Antiochia, condotto a Roma da s. Pietro, e consecrato primo pastore di Ravenna probabilmente nell' anno 44, od al più, secondo il Baronio, nel 46 dell' era cristiana (1). E per dare sin dalle prime linee di questo articolo una giusta idea della eccellenza e cospicuità della chiesa ravennate, non sarà fuor di proposito, ch' io ridica i titoli nobilissimi ed onorevoli, con cui nelle bolle e nei diplomi fu dagl' imperatori e dai pontefici nominata. Sacrosancta Ravennatis ecclesia la dissero il papa s. Gregorio magno e gl'imperatori Valentiniano III e Ottone IV; Honorem famosae Ravennalis ecclesiae sine diminutione aliqua volumus conservare, scriveva il pontefice Onorio II all' arcivescovo Gualtero; Nobilem et famosam Ravennatem ecclesiam, cui auctore Deo praeesse dignosceris, la diceva Gregorio IX scrivendo all'arcivescovo Federico; Nobilem ac famosam et orthodoxam Ravennatem ecclesiam la chiamò Ono-. rio III; e l' arcivescovo Anselmo diceva in un suo diploma: Nos sanctam Ravennatem ecclesiam, in honore Agiae Anastasiae mirifice constructam et summis ecclesiasticarum dignitatum honoribus post solam omnium ecclesiarum matre romanam ecclesiam prae ceteris sublimatam, nostris temporibus reparare cupientes, etc. Di essa l'imperatore Federigo I scriveva al papa Adriano IV: In ea praesertim ecclesia, quam post sanctam romanam ecclesiam aut maximam aut unam de maximis habemus (2). San Pier Damiano dirigeva lettera (5) Domno Gebehardo, secundae per Italiam sedis antistiti. Nè deve perciò recar maraviglia, che da Luitprando diacono (4)

(1) Pare, che prima di lui vi predicasse la fede anche l' apostolo s. Jacopo il maggiore. Di ciò parlarono varii scrittori delle cose italiane. Vedasi il Fabri nelle sue Memorie sacre di Ravenna, il quale, alla

pag. 190, ci porta i detti di Paolo Serlogo, tom. 11, vestig. 18.

(2) Presso il Rossi, lib. 6, ann. 1158. (3) Lib. 1, epist. 2.

(4) Lib. 11, cap. 13.

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