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STUDIO BIBLIOGRAFICO

INTRODUZIONE

Conoscendo l'importanza degli studi bibliografici, che aprono it sentiero delle lettere, ed invogliano gli animi a calcarlo; infiammando le menti per ogni specie di dottrina, io vi rivolsi le cure con ogni senno; diguisachè presento ora al Pubblico il sunto delle mie fatiche, disposto in modo che servir possa agli altri di sprone, per istudiare a fondo questo importante ramo di sapere e dargli verso migliore.

E siccome le materie filologiche, se non si espongono chiare e distinte, non presentano che confusione e disordine, ho quindi divisato di manifestare quale sia il piano degli studi, che ho creduto necessart allo scopo che mi sono proposto: tanto più, che in Italia, tuttochè in somma dovizia e di opere classiche di bibliografia, e di bibliografi valentissimi, manca, a quel che io mi sappia, un corso di bibliografiche cose; e questa mia tenue fatica servirà, lo spero, d'incitamento a coloro che ne sono maestri, per attendervi il pensiero, e darne una che riuscisse più compita.

Trattar dovendosi delle cognizioni del bibliotecario, necessaria cosa mi sembra l'osservare quanto utili sieno le biblioteche, e quanto in uso in tutti i secoli cominciando dai più vetusti; il che dà luogo a parlare delle pubbliche biblioteche, che o furonvi un tempo, o esistono al presente. Sarà questo l'argomento della Prima parte, che chiamerò Delle Biblioteche, la quale, giusta il già detto, dividerò in tre paragrafi, cioè:

Della utilità delle pubbliche biblioteche - Delle pubbliche biblioteche perdutee Delle pubbliche biblioteche esistenti.

Lo studio del bibliotecario formerà il subbietto di una Seconda parte, che verrà intitolata Dei bibliotecari. Le biblioteche non sono che corpi senza azione; esse riescono di poco giovamento, se non vì sia chi le renda animate: tale ufficio appartiensi a quel ramo di eruditi, che bibliotecari si appellano, il cui principale ministero è quello di conoscere i libri ed i manoscritti. Or questa conoscenza non si acquista in un momento, ma collo studio, e con l'esercizio di molti anni; ecco il modo, che io ho creduto doversi tenere per agevolmente arrivarvi. Pare a me che per conoscere un libro quattro cose sia mestieri considerare: l'interno, cioè il merito dello scrittore; la forma esterna o la edizione; le circostanze o siano i pregi singolari che vi si possano ravvisare; e finalmente la classe alla quale debba appartenere. Per giudicare del merito di un autore necessario io stimo aver quasi nella mente, e come in un quadro delineate le vicende principali di ogni letteratura in tutte le età, e sapere ciò che siasi detto sur i più celebri scrittori, non essendo sempre nella propizia congiuntura di potercene formare da noi stessi un adeguato giudizio; mentre non debbesi supporre, che un bibliotecario possa esser dotto in ogni letteratura, e capace di poter leggere uno sterminato numero di volumi. Per apprezzarne le edizioni è mestieri conoscere i principali tipografi, e quasi come per prolegomeno, la storia dell'arte mirabile della tipografia; per valutarne la rarità, bisogna essere pienamente informato in che questa consista; e per conoscere infine la classe cui appartiene fa d'uopo stabilire un piano di divisione degli studi in tante parti così ben divise, che non riuscisse difficile in una di esse locare qualunque siasi scrittura. Sì facendo, viene questa seconda parte ad essere divisa in quattro paragrafi, cioè: Dell'arte tipografica Della rarità biblica Del sistema bibliografico -Dei manuscritti; lasciando tutta intera la Terza parte per la storia letteraria, la quale abbenchè ristretta per quanto si voglia in miniatura, non potendo racchiudersi in un solo, verrà del pari divisa in tre paragrafi, cioè Sulla letteratura antica — Sulla letteratura del medio-evo—e— Sulla letteratura moderna.

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Spero poi che niuno disapproverammi se, essendo io siciliano, abbia fatto delle particolari ricerche intorno la bibliografia della Sicilia; for

mando per essa un'Appendice, divisa in quattro paragrafi, in cui parlerò Delle biblioteche distrutte Delle biblioteche vigenti Della introduzione dell'arte tipografica eDella storia letteraria.

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E siccome fra le biblioteche della capitale di Sicilia, una ve n' ha che merita di essere particolarmente considerata; cioè quella del Comune, la quale vassi di giorno in giorno accrescendo: così giusto consiglio ho stimato il parlarne distintamente, formandone un particolare Ragguaglio.

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È stata una verità dalla sperienza di tutti i secoli confermata, che indivisibilmente unita sia la fortuna delle nazioni a quella della loro coltura; e che allora fiorenti veggansi le città quando in vigore vi si mantengono gli studi: ma questi oppressi, quelle compariscono come se prive fossero del vivifico lume dell'astro apportatore del giorno (1). Basta appena un solo sguardo alle trascorse età, per convincerci, che ove neglette giacquero le cognizioni, altro non regnò che disordine, confusione, oscurità, barbarie. Assolutamente, già lo disse fra gli altri il celebre Mureto (2), niuna città fiorir puote, se non se quella in cui è in vigore la coltura delle lettere; e con ragione; dapoichè allora si stima florido uno stato, quando felici sono, e per quanto più è pos sibile perfezionati gli uomini che lo costituiscono, nè mezzo evvi più adatto, perchè ciò si verifichi se non lo studio. Che havvi più proprio dello studio, diceva l'eloquente D'Alembert (3), per renderci migliori e più felici? Si è lo studio, che addolcisce i nostri mali, che dissipa i nostri pericoli, che tutte vivifica le facoltà del nostro spirito; e si è per esso che noi, al dir di Cicerone, conosciamo l'infinità delle cose

1;

(1) Heumann. Consp. reip. liter, c. V, S LII.

(3) Vol. 15 orat. 2, pag..15. ́

(3) Mélang. de litter. d'hist. et de philos. Amst. 1767, tom. v, pag. 497.

e della natura, e in questo mondo istesso il cielo, la terra, i mari. Ma la limitazione della mente umana, e la ignoranza nella quale miseramente nasciamo fanno sì, che svegliare non puossi lo intelletto nostro, nè acquistare in gran parte le cognizioni, se non ricorrendo a varie fonti: e quali saranno queste? Forse gli uomini di lettere? Non già, poichè o le cognizioni tutte non hanno per soddisfare alle ricerche nostre; oppure una certa aria di disprezzo, che si ravvisa nella più parte dei medesimi, invece di allettare, lungi ritiene da loro quanti mai vorrebbero accostarsi ad essi, e consultarli. A chi dunque dovrà ricorrersi? Ai libri. Sono questi le miniere alle quali puossi ricorrere in ogni tempo, senza timore di non ritrarne vantaggio: si deposita in essi a frutto dei nipoti la sapienza degli avoli, e con essi si aggiunge all'antico patrimonio la nuova ricchezza. Son dessi i maestri, scriveva il famoso Riccardo di Burg nel suo Philobiblion, che ci istruiscono senza verghe o sferze, senza collera e senza danaro: se li avvicini non dormono, se li ricerchi non si nascondono; non mormorano se tu erri, nè ti rimproverano della tua ignoranza. Ma oh! quanto pochi sono coloro, che acquistar ne possono qualche porzione, e quanto innumerevoli quelli, ai quali neppure è conceduto di possedere i libri più necessari, e meno dispendiosi. Si dirà che provvedano a ciò le biblioteche dei privati; e pure queste non si ristringono che ad agio, anzi spesso a puro ornamento, e a pompa dei possessori, o al più ad utile dei loro intimi amici: e poi si potranno in esse rinvenire tanti libri, e di si svariate materie da potersi col loro ajuto intraprendere qualunque siasi letteraria fatica? Finalmente sa ognuno a quali disastri vanno queste tutto giorno esposte, e quanto breve per lo più esser ne soglia la durata; onde chiara apparisce la necessità delle pubbliche biblioteche, le quali di rado soggette ad uno infelice dissipamento, in soccorso vengono di chiunque voglia profittarne, e formano, quasi direi, le salde fondamenta sulle quali innalzasi quel vasto edificio della dottrina, che alla immortalità del nome gli uomini conduce. È però che presso le nazioni più colte e più savie, e sotto i sovrani più augusti e più sapienti dell'antichità, furon sempre oggetto di singolare attenzione le pubbliche librerie, come lo sono al presente presso tutti i moderni popoli inciviliti, e presso i principi cospicui: ciò che accenneremo nei due paragrafi seguenti.

S II. Delle pubbliche biblioteche perdute.

Molte sono le controversie su la origine delle biblioteche. A tal segno arriva l'umano orgoglio, che a penetrare s'impegna, e spesso con istolta arditezza, fin dove non gli è possibile il pervenire. Innumerevoli ne sono gli esempi, e si è uno fra i molti quello di alcuni eruditi, cui il letterario fanatismo talmente ha punto, che facendoli retrocedere per tante migliaja di anni, li ha condotti nientemeno, che fra le abitazioni di Adamo, e dei suoi primi discendenti; e loro ha fatto credere di vedervi quantità di volumi, e copia di biblioteche. Fra questi visionari sgraziatamente si contano un Gioachino Giovanni Medero, un Angelo Rocca, e tanti altri eruditi altronde di non volgari talenti. Ma noi di tali sogni poco interessandoci, e nulla dicendo intorno alle pretese antidiluviane biblioteche, passiamo con qualche fondamento, seguendo lo Struvio (1), ad asserire sembrarci di non esistere neppur ombra di biblioteca alcuna nè pria della torre di Babele, nè pria del diluvio; ma che, secondo il parere dei più giudiziosi critici, libri non sienvi stati prima di Mosè; e solo dopo la sua morte abbiano avuto gli Ebrei qualche biblioteca. I libri da lui scritti, e le esortazioni e i sermoni dei profeti, conservati per la istruzione della posterità, erano le opere che la biblioteca sacra componevano, nell'augusto tempio rispettosamente custodita, stimabile più per lo valore intrinseco, che per lo numero dei volumi. Eranvi inoltre, presso i Giudei, città per la coltura delle lettere famose; fra le quali la così detta Cariath sepher, o secondo il testo greco ros ypaμμáτav cillà delle lettere (2); quindi assai verisimile sembra, che vi sieno state in essa pubbliche biblioteche (3).

In quanto ai Fenici, ci attesta Eusebio (4), che abbiano raccolto dei libri, sopra i quali tessè Sanconiatone la sua storia dei Fenicî.

Presso i Persiani ancora si crede esservi stata la biblioteca susiana (5), ove conservavansi gli annali dei Persiani, che consultati vennero da Metastene o Megastene.

(1) Introd. in not. rei liter., c. 11, § v.

(2) Josué, cap. xv, v. 15.

(3) Jac. Basnag., Hist. Jud., lib. vi, cap. v, § 1. (4) De Praeparat. Evang., lib. 1, cap. vi.

(5) Lomejer, De bibliothecis, cap. iv.

MORTILLARO, vol. I.

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